Roma, Viale Mazzini 55
081 0103 189

Situazione Libia: il ruolo fluido dell’Italia


Il 20 ottobre 2011 Gheddafi veniva catturato e ucciso a Sirte. Caduto il suo regime, mentre l’Occidente rimaneva pigro spettatore, i potentati locali non deponevano le armi, tentando, così, di accaparrarsi il potere in ogni modo.

Attualmente in Libia, il caos è tale che è estremamente difficile orientarsi. Sono presenti, infatti, diverse istituzioni che mancano di una piena legittimità legale e soprattutto di un largo consenso tra i diversi spaccati della società libica. La principale conseguenza, quindi, è che non ci sono validi interlocutori con cui poter dialogare per un’ipotetica stabilizzazione dell’area. Tuttavia l’Italia, sfruttando il suo atavico bagaglio di relazioni militari, di intelligence ma soprattutto economiche, sta riuscendo, senza troppi problemi, a navigare in questo mare omerico ricco di insidie.

Tre Governi:

Ad oggi, la Libia possiede tre diversi governi[1].

  1. Il primo è il “Consiglio Presidenziale”; si trova ad Ovest del Paese, a Tripoli, ed è riconosciuto formalmente da larga parte della comunità internazionale, compresa l’Italia. Esso è presieduto da Fayez al-Sarraj primo ministro del “Governo di accordo nazionale” (GNA). Quest’ultimo ha stipulato “L’Accordo Politico Libico” firmato in Marocco ad Al-Sahirat, nel dicembre 2015, frutto di mediazioni ONU con forte ruolo italiano.
    Questo governo, però, è una struttura monca con solo alcuni ministeri che funzionano veramente, ovvero esteri, interno e difesa.
    Il problema di Al Sarraj è quello di esser troppo proiettato nella ricerca di sostenitori stranieri. Infatti è ossessivamente in viaggio all’estero, mentre ha svolto pochissime visite in giro per la Libia.  Di fatti, il controllo del territorio e quindi quello politico, viene affidato ad una serie di milizie armate, con il naturale dilagare della corruzione.
    Tripoli è sostanzialmente governata da una Cupola di milizie, coordinate da Hashim Bishr, a libro paga di al Sarraj. In tale cupola sono presenti i Salafiti della Forza di Abd al- Ru’uf Kara, la Brigata rivoluzionaria di Tripoli Al- Taguri e le milizie di quartiere Suq al Gum’a e Abu Salim.
    A Misurata, invece, ci sono i gruppi armati filo Al- Sarraj, fondamentali nella lotta contro Daesh[2], i quali hanno conquistato praticamente la roccaforte jihadista di Sirte. Ma a Tripoli sono viste con ostilità dalle milizie della cosiddetta Cupola.
    Tra l’altro, proprio a Misurata, nell’autunno del 2016 l’Italia ha installato un ospedale militare da campo[3], con 300 militari; 60 tra medici e infermieri, 135 per supporto logistico e un centinaio di operatori Forze Speciali per la cosiddetta force protection.
    Invece a Zintan, altra città stato della Tripolitania (sostenuta anche militarmente dagli Emirati Arabi Uniti), le sue brigate hanno reintegrato una parte consistente delle milizie fedeli al vecchio dittatore. Queste ultime sono in ogni caso in dialogo continuo con le milizie di Misurata.
    Nota di colore è che il suo sindaco Al- Baruni, è riuscito a portarci una delegazione di imprenditori italiani per sostenere il masterplan edilizio locale[4] (riabilitazione e potenziamento dell’aeroporto; costruzione di un nuovo ospedale da 400 posti; otto scuole; un nuovo centro commerciale-direzionale, sportivo; un nuovo municipio).
  2. Il secondo governo, con un potere oramai molto limitato, si trova sempre nella capitale, ma ha i propri maggiori consensi nella città di Misurata. khalifa Ghwell è il leader del “Governo di salvezza nazionale”; sarebbe un residuato di “Alba Libica”, cioè la vecchia alleanza tra islamisti e città stato della tripolitania. Ghwell, ovviamente, non riconosce l’Accordo Politico Libico, ed è estremamente ostile nei confronti degli italiani. Ha parificato, infatti, la nostra presenza diplomatica come truppe di occupazione[5].
    Al riguardo è doveroso segnalare che durante la guerra civile del 2011, l’ultima ambasciata a chiudere è stata proprio quella italiana (Febbraio 2015). Oggi a Tripoli non c’è neanche la missione ONU che è ancora situata a Tunisi, ma c’è la nostra ambasciata, riaperta a Gennaio 2017 con Giuseppe Perrone, ex direttore alla Farnesina per il Medio oriente e Nord Africa[6].
  3. Il terzo governo è situato ad est del Paese, a Tobruk in Cirenaica. È guidato da khalifa Haftar, generale antislamista al comando dell’esercito nazionale libico. Nemico giurato dell’Accordo Politico stipulato da Al Serraj. Haftar è sostenuto principalmente da Emirati Arabi Uniti, Egitto, Francia e Arabia Saudita[7]. C’è stato, inoltre, un avvicinamento agli USA, con dei contatti con l’ex consigliere della sicurezza nazionale Michael Flynn, venuti meno con le sue dimissioni.  Haftar è stato attenzionato, poi, anche dalla Russia.  La sua massima aspirazione sarebbe quella di diventare l’Assad del Nord Africa, ma Putin, almeno per ora, sembra di non essere dello stesso avviso.
    In ogni caso, anche la stessa Italia non ha mai chiuso del tutto la porta con il suddetto generale, anzi, il nostro ambasciatore Perrone, ha incontrato più volte i leader della Cirenaica. Uno dei motivi principali è quello di salvaguardare i nostri accordi commerciali con il leader egiziano Al Sisi, alleato di Haftar. Per di più, il 5 aprile di quest’anno un C-130 della nostra Aeronautica Militare ha trasportato da Bengasi a Roma venti feriti dell’esercito di Haftar, ricoverati poi all’ospedale militare del Celio[8].

Due Parlamenti:

I parlamenti, invece sono due.

  • La Camera dei rappresentanti di Tobruk, riconosciuta dalla comunità internazionale come parlamento libico. Presieduta da Aghila Saleh, allo stesso tempo braccio politico e rivale di Haftar. Tale parlamento è stato eletto nel giugno 2014 con bassa affluenza. Doveva riunirsi a Bengasi ma per via della guerra civile una parte dei suoi membri decise di riunirsi nel feudo di Haftar, Tobruk.  Il mandato della camera è scaduto il 20 ottobre 2015. Doveva essere rinnovato dallo stesso parlamento con l’approvazione di un emendamento costituzionale che includesse le norme dell’”Accordo politico libico” firmato in Marocco (Al-Sahirat) a dicembre 2015. Tale accordo doveva portare alla nascita di un governo di unità nazionale, tracciando un percorso che avrebbe portato la Libia ad avere una costituzione e nuove elezioni nell’arco di due anni. Ma l’accordo conteneva anche una disposizione che avrebbe “licenziato” il generale Haftar, motivo per cui non è mai stato approvato dalla Camera.
  • La seconda camera consultiva, sempre più o meno riconosciuta internazionalmente, è il Consiglio di Stato di Tripoli. È il frutto di diverse trasformazioni del primo parlamento eletto democraticamente nel 2012, cioè il Congresso Generale Nazionale. È presieduto da Abd al Rahman Swayhli nemico di Haftar.

Situazione economica:

L’erario libico si nutre quasi esclusivamente di proventi della vendita di gas e petrolio, vista l’assenza di tasse sui redditi e consumi. L’erario paga l’80% della forza lavoro e sussidia pesantemente i prezzi di alcuni beni di prima necessità tanto che la benzina, quando si trova, si paga 15 centesimi di dinaro al litro (meno di 2 cent di euro). Se la produzione di petrolio si ferma o cala drasticamente, l’economia legale crolla[9].

Ai tempi di Gheddafi la produzione di petrolio era di circa 1,6 milioni di barili al giorno. Oggi è un terzo di quella cifra.

Negli ultimi tre anni la Libia ha consumato il 60% delle sue riserve valutarie. A questi ritmi, i soldi potrebbero finire in meno di due anni. Ad oggi la differenza tra cambio ufficiale e mercato nero è di uno a quattro per l’euro e di uno a cinque per il dollaro. Tutto ciò ha gonfiato il mercato nero, aumentato la svalutazione e di conseguenza l’aumento dei prezzi.

Ciò ha fatto prosperare i traffici illeciti di cui l’immigrazione irregolare è solo un pezzo. L’economia illecita rafforza le milizie armate da un lato, ed indebolisce il governo dall’altro.

Per di più, il “Fondo Sovrano d’Investimento”, che ha quote azionarie in diverse aziende italiane tra cui Unicredit, Mediobanca, Finmeccanica, Fiat-FCA e Juventus[10], ha tre management diversi, uno per ogni governo libico. Le conseguenze sono facilmente prevedibili.

È doveroso aggiungere, inoltre, che l’unica compagnia straniera che in questi anni ha, comunque, continuato sempre a produrre in Libia è l’ENI[11].

Contrasto all’immigrazione clandestina:

Il 2 Febbraio 2017 Gentiloni e Al Sarrai firmavano un accordo relativo ad una collaborazione di contrasto all’immigrazione clandestina. Di fatto si riattivava il vecchio accordo del 2008 tra Berlusconi e Gheddafi.

Il tribunale di Tripoli, però, l’ha sospeso un mese dopo, poichè il firmatario non aveva la capacità giuridica per sottoscriverlo. La lacuna formale si riferiva al fatto che nel diritto interno la figura impersonificata da Sarraj non esiste.

Nel frattempo, comunque, il governo italiano, ha iniziato un progetto di mentoring con la Guardia Costiera Libica della Tripolitania. Abbiamo, infatti, donato 10 pattugliatori e 6 motovedette, e addestrato i marinai nordafricani nelle acque tra Formia e Gaeta[12].

A fermare i trafficanti di esseri umani ci stanno provando anche i nostri servizi segreti dell’AISE (Agenzia Informazioni Sicurezza Esterna), dove sono in trattative con le tribù del Fezzan, al sud del Paese[13], vera porta d’ingresso di tutti i flussi di contrabbando di armi, droga e ovviamente di traffici illegali di migranti.

Lo stesso Ministro Minniti, dopo aver siglato al Viminale, un accordo con 60 tribù della Libia meridionale, durante la recente visita a Tripoli, dove ha incontrato il premier Fayez Al Sarraj, ha affermato: “Per un’efficace lotta contro l’immigrazione illegale, è fondamentale concentrarsi sul sud”, tra cui il Fezzan, “Perché il confine sud della Libia oggi è un po’ il confine del sud dell’Europa. E avere questo confine in sicurezza è fondamentale nell’azione contro i trafficanti degli esseri umani e contro il terrorismo”[14].

Guerra Fredda

A conti fatti, il territorio libico è molto lontano da una remota stabilizzazione, gli attori in campo sono variegati e contrastanti. Al di là delle rivalità tutte libiche e dei continui cambi di casacche autoctone, americani e russi stanno giocando l’ennesima partita a scacchi, e gli inglesi ma soprattutto i francesi, vogliono ottenere il predomino in Nord Africa. Ma l’Italia, come in nessun altra parte del globo, sa dove e come muoversi.

La presenza sul terreno permette di avere contatti molto più diretti, e checché ne dicano gli altri competitors europei, l’Italia è due passi avanti a tutti. Il monopolio diplomatico sul terreno non è da poco, permette di dialogare in tempo reale sia con Sarraj che con Haftar. L’ospedale militare da campo a Misurata è sì, un’occasione per amicarci la popolazione dell’Ovest, ma rappresenta anche e soprattutto una base avanzata per le nostre Forze Speciali, che da un anno a questa parte, grazie al decreto Latorre, possono godere delle immunità funzionali dei servizi di intelligence. Inoltre, nel trasportare in Patria i feriti di Haftar, abbiamo accesso all’aeroporto Benina di Bengasi ad Est del Paese. E poi, la collaborazione con la Guardia Costiera della Tripolitania, l’avviata ricostruzione, targata tricolore, della città di Zintan; l’accordo di Minniti con le 60 tribù del Fezzan, che lascia libertà di movimento ai nostri 007 a zone della Libia inaccessibili a chiunque altro. Senza tralasciare, ancora, il ruolo fondamentale che riveste l’ENI, con la sua districata rete di contatti sparsi in ogni angolo del Paese.

Insomma la “Quarta Sponda” rimane, sotto molti punti di vista, ancora sotto il controllo italiano.

[1] Mattia Toaldo (Senior Policy Fellow presso European Council on Foreign Relation), Limes 4/2017.

[2] Termine arabo dispregiativo che indica lo Stato Islamico.

[3] Operazione Ippocrate.

[4] www.InfoAfrica.it

[5] Shady Hamadi, Il Fatto Quotidiano, 13/1/2017.

[6] Mattia Toaldo (Senior Policy Fellow presso European Council on Foreign Relation), Limes 4/2017.

[7] Alice Passamonti, LookOut, 4/4/2017.

[8] Emanuele Rossi, “Tutti i primi segnali sulle sinergie fra Italia e Haftar”, Formiche, 6/4/2017.

[9] Limes 4/2017.

[10] Emanuele Rossi, Formiche, 19/04/2016.

[11] «ENI ha operato in Libia per oltre cinquant’anni, da molto più tempo rispetto ad altre società petrolifere europee, ed è facile immaginare che si è creata quei contatti che ora le rendono possibile coesistere con alcune delle milizie libiche» Alberto Tonini, capo del Master Università di Firenze in Studi Mediterranei, al Wall Street Journal.

[12] Analisi Difesa, 16/05/2017.

[13] Carlo Jean, Generale E.I., Limes 4/2017.

[14] ANSA, 16/5/2017.

Articolo pubblicato da

Dott. Fabrizio Salvi
Redattore

Fabrizio Salvi si è laureato in Giurisprudenza alla Federico II di Napoli.

E’ abilitato alla professione di Avvocato.

Si è specializzato in “Intelligence e Sicurezza Nazionale” presso la Cesare Alfieri di Firenze.

Ha completato un master presso la Luiss di Roma in “Gestione delle Risorse Umane.

Ha completato un master di II livello in “Relazioni Internazionali e Studi Strategici”.

E’ Autore del romanzo “Mykonos – L’ultimo viaggio della generazione perduta”, presentato presso la sede ADG il 31 luglio 2017.

[ADG] Immagini news
[ADG] Immagini news
[ADG] Immagini news

Gli ultimi aggiornamenti da ADG


[ADG] Gioielleria Caruso Partner
I nostri Partner: Gioielleria Caruso

Consulenti tecnici nel settore orafo – Periti estimatori del Tribunale e della Procura di Napoli. La Gioielleria Caruso Napoli collabora come Partner con ADG – Alta Docenza Giuridica al fine di fornire servizi di Consulenza Orafa e organizzare singoli eventi.

[ADG] News 6
Omicidio stradale: è un nuovo reato

L’omicidio stradale trova oggi disciplina nel disposto di cui all’art. 589 bis del c.p., quale autonoma fattispecie di reato introdotta con la nuova legge sull’omicidio stradale n. 41 del 23 marzo 2016. A norma del disposto richiamato, è punibile il conducente di veicoli a motore la cui condotta colposa risulti causa dell’evento mortale. Articolo a cura dell’Avv. Gioia Arnone.

Leave a reply