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La Sezione Disciplinare del CSM e sue criticità costituzionali


Cap. I: Giurisprudenza Costituzionale

La Sezione Disciplinare del CSM e sue criticità costituzionali[1]

Capitolo primo: Giurisprudenza costituzionale

1) Come riconosciuto dalla Corte Costituzionale nella sentenza n. 497 del 2000[2]:

Le ragioni che hanno indotto il legislatore a configurare il procedimento disciplinare per i  magistrati  secondo paradigmi di carattere giurisdizionale sono state più volte esaminate  da  questa Corte: da un lato l’opportunità che l’interesse pubblico al regolare e corretto svolgimento  delle funzioni giudiziarie e lo stesso prestigio dell’ordine giudiziario siano   tutelati   nelle   forme più confacenti  alla posizione costituzionale della magistratura e al suo  statuto  di  indipendenza; dall’altro l’esigenza che alla persona del magistrato raggiunto da incolpazione   disciplinare sia riconosciuto  quell’insieme di garanzie che solo la  giurisdizione  può assicurare (cfr. sentenze nr. 71 del 1995, 289 del 1992 e 145 del 1976).

La premessa teorica dalla quale occorre procedere è che il regolare e corretto svolgimento delle funzioni giudiziarie e il prestigio della magistratura investono il momento della   concretizzazione dell’ordinamento attraverso la giurisdizione, vale a dire l’applicazione imparziale e indipendente della legge. Si tratta perciò di beni i quali, affidati alle cure del Consiglio superiore della magistratura, non riguardano soltanto l’ordine giudiziario, riduttivamente inteso come corporazione professionale, ma appartengono alla generalità dei soggetti e, come del resto la stessa indipendenza della magistratura, costituiscono presidio dei diritti dei cittadini.

All’inquadramento concettuale della responsabilità disciplinare secondo logiche corrispondenti   all’autentico significato che  l’indipendenza della magistratura assume nel sistema costituzionale  (come garanzia dei diritti e delle libertà dei cittadini), si è pervenuti attraverso  un  ampio  dibattito,  che ha visto impegnata anche la magistratura  in  molte  delle  sue  componenti e  che  ha  propiziato l’abbandono  di  schemi  obsoleti, ereditati  dalla legislazione anteriore e ancora attivi dopo l’entrata  in  vigore della Costituzione, imperniati sull’idea, che rimandava  ad  antichi pregiudizi  corporativi,  secondo  cui la miglior tutela del prestigio dell’ordine giudiziario  era  racchiusa   nel   carattere   di   riservatezza del procedimento disciplinare. Il punto di arrivo di un tale percorso, politico-istituzionale e culturale ad un tempo, è individuabile nella regola della pubblicità delle udienze disciplinari, anticipata in via di prassi nella giurisprudenza ispirata ai principi risultanti dall’art.  6 della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo, e formalizzata, oggi, nell’art. 1 della legge 12 aprile 1990, n. 74. In tale regola si manifesta con un massimo di evidenza il totale rovesciamento di quei vecchi schemi ricostruttivi ed emerge nitidamente la stretta correlazione tra la nozione di   prestigio dell’ordine giudiziario e la credibilità dell’esercizio delle funzioni giudiziarie presso la pubblica opinione, intesa ovviamente in senso pluralistico nel suo articolarsi in modi di vedere non necessariamente uniformi. Una nozione, quindi, che postula non la segretezza del procedimento disciplinare ma la trasparenza, valore portante di ogni sistema autenticamente democratico, i cui caratteri sono destinati a riflettersi sulla stessa difesa del magistrato, che non può, a sua volta, non conformarsi alla funzione propria della responsabilità disciplinare e alla sua vocazione a oltrepassare la ristretta cerchia di un corpo professionale organizzato (…).

Tutto ciò appare evidente se si assume a criterio di valutazione l’interesse pubblico al corretto e regolare svolgimento delle funzioni giurisdizionali e al prestigio dell’ordine giudiziario. Se poi ci si colloca nella prospettiva della persona incolpata e del suo diritto di difesa, è egualmente chiaro che la pienezza della tutela giurisdizionale non può trovare in tale interesse pubblico un controvalore con il quale debba essere bilanciata. Al contrario, tale tutela è anche funzionale alla migliore e più efficace realizzazione di quell’interesse. Il massimo di incisività delle garanzie accordate al magistrato sottoposto a procedimento disciplinare, infatti, non può che convertirsi in una altrettanto incisiva tutela del prestigio dell’ordine giudiziario e del corretto e regolare svolgimento delle funzioni giudiziarie. Ebbene, proprio dal punto di vista del singolo incolpato, il procedimento di   cui è questione, come tutti i procedimenti disciplinari potenzialmente incidenti sullo status professionale, tocca la posizione del soggetto nella vita lavorativa e coinvolge quindi beni della persona che già richiedono, di per sé, le garanzie più efficaci. Ma con riferimento ai magistrati l’esigenza di una massima espansione delle garanzie difensive si fa, se possibile, ancora più stringente, poiché nel patrimonio di beni compresi nel loro status professionale vi è anche  quello dell’indipendenza, la quale, se appartiene alla magistratura  nel  suo  complesso, si puntualizza pure nel singolo magistrato, qualificandone la posizione sia all’interno che all’esterno: nei confronti degli altri magistrati, di ogni altro potere dello Stato e dello stesso Consiglio superiore della magistratura. E’ anzi, questo,  uno  dei  punti  nevralgici dell’insieme dei rapporti che fanno capo  al  magistrato  incolpato: davanti  alla  sezione  disciplinare, tanto  più se si tiene  conto  della mancata tipizzazione legislativa degli  illeciti, il diritto  di  difesa,  a partire dalla prima delle facoltà che esso racchiude,  quella della scelta del difensore, deve essere configurato in modo che nello stesso incolpato e nella pubblica opinione in nessun caso possa ingenerarsi il sospetto, anche il più remoto, che il procedimento disciplinare si trasformi in uno strumento per reprimere convincimenti sgraditi o per condizionare l’esercizio indipendente delle funzioni giudiziarie.”

Ed ancora la Corte Costituzionale nella sentenza n.26 del 2003[3]:

“Questa Corte ha da tempo affermato che la Costituzione, regolando solo i tratti essenziali del disegno del Consiglio superiore della magistratura, ha lasciato alla discrezionalità del legislatore ordinario, pur senza vincolarlo ad alcuna forma di attuazione, ampi spazi nella disciplina delle funzioni e dell’organizzazione interna del Consiglio. (…) Fermo dunque il presupposto della spettanza del potere disciplinare al Consiglio superiore, il legislatore, nell’attribuirne l’esercizio alla Sezione disciplinare, è stato indotto a “configurare il procedimento disciplinare per i magistrati secondo paradigmi di carattere giurisdizionale” dall’esigenza precipua di tutelare in forme più adeguate specifici interessi e situazioni connessi allo statuto di indipendenza della magistratura (sentenze n. 497/2000 e n. 289/1992).

I caratteri giurisdizionali del procedimento disciplinare- continua la Corte Costituzionale nella pronuncia del 2003- non comportano, peraltro in base alle sue peculiarità e finalità, il riferimento automatico alle norme del processo penale, “l’utilizzo dei cui moduli procedurali (d’altronde previsti solo in via integrativa dagli artt. 32 e 34 del r.d.lgs. n. 511 del 1946) non è affatto sintomatico di una coincidenza che abiliti ad assimilarne i presupposti e a confrontarne gli esiti” (sentenza n.119 del 1995). In realtà, il procedimento disciplinare, pur ispirandosi ad un modello giurisdizionale, ha profili strutturali e funzionali  del tutto atipici e peculiari, come in particolare dimostra la fase della decisione, che è demandata ad un apposito collegio elettivo- alla cui scelta partecipano anche i due magistrati titolari delle funzioni di vertice della Corte di cassazione- composto in prevalenza da “pari”, in funzione di garanzia dell’indipendenza e dell’autonomia della magistratura , mentre la relativa pronuncia è sottoposta ad un regime di impugnazione costituito dal ricorso alle Sezioni unite civili della Corte di cassazione (sentenza n. 289 del 1992). La peculiarità e l’atipicità del procedimento disciplinare trovano giustificazione essenzialmente nel fatto che esso si incentra sulla Sezione disciplinare , espressione  diretta “emanazione” del Consiglio superiore della magistratura (sentenza n.145 del 1976), cosicché sussiste un interesse costituzionalmente protetto a che il procedimento stesso, comunque configurato dal legislatore ordinario, si svolga in modo tale da non ostacolare l’indefettibilità e la continuità della funzione disciplinare attribuita dalla Costituzione direttamente al Consiglio superiore.

2) Fin qui le parole dell’ultima pronuncia della Corte Costituzionale sulla tenuta costituzionale del procedimento disciplinare innanzi la Sezione Disciplinare del CSM, che costituiscono un supporto di assoluto rilievo per l’attuale scrutinio di costituzionalità quanto all’irregolare costituzione del Giudice disciplinare nell’attuale regolamentazione.

Ma la Corte va oltre nella sentenza n. 262 del 2003 quando, proseguendo, ammonisce che:

“Occorre però, nella vicenda in esame, porre a raffronto detto interesse con il principio della imparzialità-terzietà della giurisdizione, che ha pieno valore costituzionale ai sensi degli artt. 24 e 111 della Costituzione, con riferimento a qualunque tipo di processo, “pur se nella diversità delle rispettive discipline connesse alle peculiarità proprie di ciascun tipo di procedimento” (sentenza n.305 del 2002). Le soluzioni legislative per realizzare questo principio, ferma comunque la regola che il giudice rimanga sempre super partes, ed estraneo rispetto agli interessi oggetto del processo, non debbono prefigurare moduli necessariamente identici per tutti i tipi di processo, purché sia comunque assicurato quel “minimo” di garanzie ragionevolmente idonee allo scopo (sentenza n.78 del 2002). E’ certo, peraltro, che in tutti i tipi di processo- quindi anche in quello disciplinare a carico dei magistrati- debbono essere previste regole nell’esercizio delle funzioni giudicanti valide a proteggere in ogni caso il valore fondamentale dell’imparzialità del giudice (…)”.

Ed ancora ritienesi doveroso richiamare le parole della Corte Costituzionale nella sentenza n.270 del 2002, laddove ritornando sull’argomento, ribadisce:

L’esercizio della potestà disciplinare attribuita al Consiglio Superiore è stato poi configurato – per le ragioni più volte messe in luce da questa stessa Corte (cfr. sentenze n. 145 del 1976, n. 289 del 1992, n. 71 del 1995 e n. 497 del 2000) – con caratteri formalmente giurisdizionali, il che si riflette, fra l’altro, sulle modalità di funzionamento della Sezione disciplinare (composizione fissa, con sostituzione dei componenti assenti o impediti ad opera di supplenti: articolo 6, primo, secondo, terzo e quarto comma , della legge n. 195 del 1958 e succ. modif.), e sui caratteri ed il regime delle relative decisioni (qualificate come sentenze, impugnabili davanti alle sezioni unite della Corte di Cassazione).”.

Se queste sono le affermazioni della Corte Costituzionale nelle sentenze n.497/2000 e n. 262/2003, alla luce delle stesse appare opportuno sottoporre a scrutinio di costituzionalità l’art. 4 della legge n. 195/1958 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento del Consiglio Superiore della Magistratura) e successive modificazioni, alla luce dell’art. 5 legge n. 1 /1981 e art. 5 della legge n. 44/2002,  in riferimento agli artt. 3, 1 comma, 10, 1 comma,  24, 1 e 2 comma, 28 , 102, 111, 1 , 2 e 6 comma, 112  e 117 , 1 comma, Cost., e alla luce dell’art. 6 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, ratificata dall’Italia con legge n.848/1955, nella parte in cui prevede che “La cognizione dei procedimenti disciplinari a carico dei magistrati è attribuita ad una sezione disciplinare, composta di sei componenti effettivi e di quattro supplenti”, laddove solo il Vicepresidente del CSM, che la presiede, e un componente eletto dal Parlamento, rappresentano la parte laica, di origine diversa da quella prevalente giudiziaria, ossia dai giudici componenti la sezione disciplinare eletti tra i membri del CSM, a loro volta nominati all’esito di libere elezioni tra magistrati.

dott.ssa Angelica Di Giovanni


[1] Già oggetto di pubblicazione con il titolo, “CSM: Sezione disciplinare e profili di incostituzionalità” edito su Diritto&Giustizia del 16 luglio 2005, inserto speciale ,1 Edizione; successivamente pubblicata in 2 Edizione su “Il Parlamentare.it”, 8 maggio 2008.

[2] Corte Costituzionale, sentenza del 13-16 novembre 2000, in cui si dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 34, secondo comma, decreto legislativo 31 maggio 1946, n. 511 (Guarentigie della magistratura), nella parte in cui esclude che il magistrato sottoposto a procedimento disciplinare possa farsi assistere da un avvocato, emessa a seguito di tre ordinanze di rimessione del 18 febbraio 2000 dal Consiglio Superiore della magistratura, sezione disciplinare.

[3] Corte Costituzionale, sentenza  del 3-22 luglio 2003, che dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 4 della legge 24 marzo 1958, n. 195 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento del Consiglio superiore della magistratura) , nel testo modificato dall’art. 2 della legge 28 marzo 2002, n.44 ( Modifica alla l. 24 marzo 1958, n. 185, recante norme sulla costituzione e sul funzionamento del Consiglio superiore della magistratura ), nella parte in cui non prevede l’elezione da parte del Consiglio superiore della magistratura di ulteriori membri supplenti della Sezione disciplinare, emessa a seguito di ordinanza del 25 giugno 2002 dalla Corte di Cassazione.

Articolo pubblicato da

Dott.ssa Angelica Di Giovanni
Magistrato

Magistrato di Sorveglianza presso il Tribunale di Sorveglianza di Napoli

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