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Il doppio significato del termine “jihad”


Annotazioni per gli operatori del diritto

Lo sforzo

Jihad è una parola araba che letteralmente indica l’esercizio del massimo sforzo”.

Il “jihad fi- sabili-llah è invece lo sforzo sulla via di Allah, ma la bellicosità e la ferocia non costituiscono affatto l’essenza del Jihad medesimo.

Il termine abbraccia un ampio spettro di significati e designa atteggiamenti diversi, che vanno dal conflitto interiore, per raggiungere la perfezione spirituale, ovvero Jihad maggiore, al concetto di guerra santa, jihad minore. Peraltro è soltanto in questa seconda interpretazione che il termine assume genere femminile, mentre è più corretta la declinazione al maschile, propria del termine arabo “sforzo[1].

Il Jihad maggiore

Il Jihad maggiore, è innanzitutto rivolto all’interiorità della persona.

Indica l’impegno di ogni musulmano, uomo o donna che sia, a diventare un essere umano puro, o meglio, indica la lotta spirituale al fine di vivere nel migliore dei modi la fede islamica, cioè di studiare e comprendere i testi sacri, di partecipare attivamente alla umma (comunità musulmana), rifiutare l’egoismo e di mettere in pratica quelli che sono i cinque pilastri dell’Islam: recitare le preghiere (Namaz), effettuare il digiuno durante il Ramadan (Sawm), praticare la testimonianza di fede (Shahada), fare elemosina (Zakat) e compiere il pellegrinaggio verso La Mecca almeno una volta nella vita (Hajj).

Perseguendo questo scopo, quindi, il seguace del Jihad seguirà non solo un percorso di purificazione spirituale, ma risulterà anche utile alla sua comunità.

Inoltre, il Jihad è per ogni musulmano un banco di prova dell’obbedienza ad Allah e della fermezza nel realizzare la sua volontà nel mondo terreno.

La Jihad minore

La Jihad minore si riferisce, invece, a quella parte dell’Islam che prevede la ribellione a un governatore ingiusto, o ad un invasore, che sia o meno musulmano. La Jihad può diventare, quindi, il mezzo per mobilitare i seguaci delle fede musulmana, per un determinato scontro politico, militare e sociale.

Lo “sforzo” di tale Jihad sarà, quindi, esteriore.

Combattete per la causa di Allah contro coloro che vi combattono, ma senza eccessi, che Allah non ama coloro che eccedono” (Sura II, 190, Corano[2]).

Uccideteli dovunque li incontriate, e scacciateli da dove vi hanno scacciati: la persecuzione è peggiore dell’omicidio. Ma non attaccateli vicino alla Santa Moschea, fino a che essi non vi abbiano aggredito. Se vi assalgono, uccideteli. Questa è la ricompensa dei miscredenti” (Sura II, 191, Corano).

Combatteteli finché non ci sia più persecuzione e il culto sia reso solo ad Allah. Se desistono, non ci sia ostilità, a parte contro coloro che prevaricano” (Sura II, 193, Corano).

Vi è stato ordinato di combattere, anche se non lo gradite. Ebbene, è possibile che abbiate versione per qualcosa che invece è un bene per voi, e può darsi che amiate una cosa che invece vi è nociva. Allah sa e voi non sapete” (Sura II, 216, Corano).

Non considerare morti quelli che sono stati uccisi sul sentiero di Allah. Sono vivi invece e ben provvisti dal loro Signore” (Sura III, 169, Corano).

La necessaria autorizzazione per l’associazione tra Jihad e guerra

Di non secondaria importanza, è il principio teologico, unanimemente riconosciuto nell’Islam, che l’associazione tra Jihad e guerra, in particolare nella sua versione offensiva, richieda di essere autorizzata da un rappresentante legittimo della comunità musulmana, tradizionalmente identificato con il Califfo, cioè il vicario o il successore di Maometto alla guida politica e spirituale della comunità islamica universale (al-Umma al-islāmiyya).

Al riguardo è doveroso rammentare che il Califfato fu abolito nel 1924 da Kemal Ataturk, che interruppe definitivamente la lunga successione di sultani ottomani inaugurata nel 1517[3].

Ad oggi, non esiste un’unica autorità politica costituita, che governi la maggioranza del mondo musulmano.

Di conseguenza, il fatto che la jihad venga dichiarata da figure autocratiche appartenenti alla costellazione dell’islamismo radicale, è palesemente in contrasto con i principi e la tradizione della religione musulmana, ad ulteriore riprova dell’uso del tutto strumentale che ne viene fatto.

Gli odierni movimenti della jihad globale, dai Talebani dell’Afghanistan ad Al Qaeda, al Movimento Islamico dell’Uzbekistan, a Boko Haram in Nigeria e ovviamente l’ISIS con il suo pseudo Califfo Al Bagdadi, ignorano del tutto il Jihad maggiore propugnato dal Profeta e adottano in modo distorto la jihad minore come una filosofia politica e sociale in sé completa.

Ma mai negli scritti e nella tradizione musulmana si consente il massacro di innocenti e persone inermi, in base alla semplice appartenenza ad un’etnia, ad una setta o una fede.

Ed è proprio questa perversione concettuale della jihad, ciò che definisce e tende, così, ad “auto- giustificarel’estremismo degli attuali movimenti jihadisti.

Note:

[1] Fondazione ICSA (Intelligence Culture and Strategy Analysis), Novembre 2014.

[2] Il Corano, edizione Newton, 2015. Cura e traduzione di Hamza Roberto Piccardo.

[3] Enciclopedia Treccani.

Articolo pubblicato da

Dott. Fabrizio Salvi
Redattore

Fabrizio Salvi si è laureato in Giurisprudenza alla Federico II di Napoli.

E’ abilitato alla professione di Avvocato.

Si è specializzato in “Intelligence e Sicurezza Nazionale” presso la Cesare Alfieri di Firenze.

Ha completato un master presso la Luiss di Roma in “Gestione delle Risorse Umane.

Ha completato un master di II livello in “Relazioni Internazionali e Studi Strategici”.

E’ Autore del romanzo “Mykonos – L’ultimo viaggio della generazione perduta”, presentato presso la sede ADG il 31 luglio 2017.

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