Roma, Viale Mazzini 55
081 0103 189

Foreign Fighters.
Perché migliaia di giovani si sono arruolati nel Califfato


I rischi del cosiddetto “reducismo”

La situazione in Medio Oriente

Negli ultimi mesi il mondo è stato spettatore della nascita dello Stato Islamico in Iraq e Siria e del fenomeno, ad esso collegato, dei foreign fighters.

L’ondata di violenza e distruzione è stata fortissima. La conquista di una città dopo l’altra, le terrificanti esecuzioni, la distruzione di templi antichi ed opere d’arte e i sanguinari attentati terroristici, hanno lasciato la comunità occidentale del tutto pietrificata.

I media hanno fatto, a torto o a ragione, da cassa di risonanza a tutte le atrocità commesse dagli uomini del Califfato, moltiplicando l’eco degli attacchi e delle roccaforti conquistate. E molto probabilmente hanno contribuito a far scattare nella testa di migliaia di giovani, quella molla che li ha portati ad abbracciare la via del jihad.

Un fenomeno particolare

Ed è proprio su quest’ultimo punto che occorre far chiarezza.

Occorre chiedersi il perché tantissimi ragazzi e ragazze sotto i trent’anni, abbiano lasciato i rispettivi Paesi dove conducevano, almeno in apparenza, delle vite “normali” e siano fuggiti in Siria e in Iraq per far parte del Daesh (termine arabo dispregiativo con cui si stigmatizza l’ISIS).

Ad ingrossare le file del Califfato, infatti, non sono solo musulmani, ma anche atei, agnostici, cristiani ed ebrei, convertiti all’ideologia della fine dei tempi. Né sono solo spostati maghrebini delle derelitte periferie metropolitane ad imbracciare l’AK-47 purificatore.

Tant’è vero che uno studio svolto in Francia dall’Unità di Coordinamento della Lotta al Terrorismo, ha affermato che i giovani candidati al jihad, per il 63% al di sotto dei ventun anni, provengono per il 67% dai ceti medi, il 17% è costituito dai rampolli delle categorie socio-professionali superiori e per il 16% dagli ambienti popolari.

L’analista americano James Hansen ha paragonato i foreign fighters ad un branco di immaturi che vogliono attirare l’attenzione e guadagnare spazio in tv. Ha sostenuto, inoltre, che

il romanticismo dell’uccidersi per un ideale, tutta quella vanità, è la massima dimostrazione di sincerità di chi ritiene di essere incompreso e insufficientemente apprezzato[1]”.

Non è mancato, poi, chi[2] li ha definiti dei

nichilisti, per i quali il salafismo[3] rozzo e violento, nient’altro è che una copertura di comodo della loro ribellione individuale”.

Di fatto, quindi, si potrebbe affermare che questa non è una vera rivolta dell’Islam, né tanto meno la sua radicalizzazione, bensì l’islamizzazione della radicalità stessa.

Definizioni normative

Le Nazioni Unite, con la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza 2178, approvata il 24 settembre 2014, definisce foreign terrorist fighters i

soggetti che si recano in uno Stato diverso da quello di propria residenza/nazionalità al fine di perpetrare, pianificare, preparare o partecipare ad atti terroristici, ovvero fornire o ricevere addestramento terroristico, anche in connessione con conflitti armati”.

Il Codice Penale italiano punisce, invece, agli artt. 270 bis, ter, quater, quater 1, quinqiues e sexies, le diverse condotte con finalità di terrorismo, relative all’associazione, assistenza, arruolamento, organizzazione di trasferimento e addestramento.

Il fenomeno nel passato

In ogni caso, il fenomeno in esame non è affatto una novità.

Sfogliando indietro le pagine dei libri di storia, infatti, è possibile notare gli innumerevoli casi di combattenti esteri che hanno preso parte a conflitti o rivolte in stati diversi da quelli di appartenenza.

Senza andare troppo indietro nel tempo e con le ovvie differenze di motivazioni ideologiche nelle varie partecipazioni, è possibile fare alcuni esempi: il recentissimo caso Crimea in Ucraina; il conflitto bosniaco del 1992; l’Afghanistan degli anni ’80 contro l’Unione Sovietica; la guerra israelo-palestinese del 1948 oppure la guerra civile in Spagna del 1936.

Tutte ipotesi di conflitti e guerre civili che hanno visto come protagonisti migliaia di volontari provenienti da diverse nazioni.

Gli scontri in Siria

Attualmente la Siria è la prima meta per i combattenti jihadisti, ovvero il più importante campo di battaglia al mondo per il jihad, nonché il maggiore punto di aggregazione e addestramento per i fondamentalisti islamici di altre nazioni[4].

Il principale canale d’ingresso è rappresentato dalla confinante Turchia[5].

Uno degli obiettivi di Erdogan, infatti, è proprio quello di servirsi dell’ISIS in chiave anti-Assad, per avere qualcuno che gli combatta le milizie curdo siriane (YPG) e anatoliche (PKK), negando loro la continuità territoriale dalla quale rischierebbe di scaturire il Kurdistan unitario e indipendente.

I numeri

Il numero di foreign fighters arruolatisi nelle file dell’ISIS in Siria negli ultimi 18 mesi, è praticamente quasi triplicato[6]. Le cifre sono impressionanti: tra i 27.000 e i 30.000, di cui 5.000 provenienti dall’Europa.

In uno studio precedente realizzato nel giugno del 2014, quando fu proclamato il Califfato, gli stranieri arruolati nello Stato islamico risultavano essere 12.000.

I Paesi da cui provengono i foreign fighters sono ben 86.

In testa vi è la Tunisia, con 6.000 reclute, a cui seguono l’Arabia Saudita con 2.500 e la Russia con 2.400.

Inoltre, la media di coloro che provengono dall’Occidente e che in seguito decidono di rientrare nei loro Paesi si aggira tra il 20 e il 30%, con i pericoli immaginabili per la sicurezza.

Dall’Europa sono partiti non meno di 5 mila estremisti. Dall’Italia sono partiti in 87 e dieci di loro sarebbero rientrati.

Il fenomeno del reducismo

Da qui sorge il drammatico problema del cosiddetto “reducismo”.

La condivisione del know-how operativo acquisito sul campo, unitamente alla rafforzata rete di conoscenze e contatti, potrebbe accentuare in prospettiva il pericolo rappresentato da quella indefinibile percentuale di reduci, per l’appunto, che sulla spinta di una forte motivazione ideologica e, in qualche caso, di shock emotivi subiti in combattimento, intendano concretizzare disegni offensivi in suolo occidentale, autonomamente o su input di organizzazioni terroristiche operanti nei teatri del jihad.

Nell’ottica di tali formazioni, quindi, i foreign fighters di matrice europea presentano il profilo tatticamente più pagante grazie ad una elevata capacità di mimetizzazione, ad una facilità di spostamento all’interno dello spazio Schengen e ad utili contatti di base in Europa che possano fungere da trait d’union con i gruppi armati attivi nelle aree di crisi.

Si è creata, così, una nuova generazione di jihadisti.

A tal riguardo, il giornalista Massimo Fini ha recentemente dichiarato:

“per questi ragazzi la jihad rischia di colmare l’assenza di un senso anche spirituale e di vita. Arruolarsi per qualcosa di più grande vuol dire dare un senso all’esistenza”.

Lorenzo Vidino[7] analizza anche le varie motivazioni che concorrono a tale scelta:

“C’è chi parte per un senso di avventura; è natura umana soprattutto per i ragazzi giovani partire per andare a combattere, inseguendo il senso di gruppo. L’euforia del maneggiare armi è un qualcosa che ha una certa attrattiva sui giovani. Per altri, invece, prevale la volontà di andare ad aiutare, di difendere i musulmani che vengono attaccati, soggiogati; nella loro mente si fa spazio l’idea di andare a fare qualcosa di buono e positivo. Per altri il fattore religioso è più importante; vanno a contribuire alla creazione di questo stato utopistico che hanno creato, il Califfato, visto come un’esperienza unica di società perfetta. La maggior parte delle volte, comunque, le motivazioni sono un insieme di questi fattori”.

L’intossicazione dall’Occidente

Inoltre, non bisogna assolutamente tralasciare il problema degli immigrati di terza e quarta generazione, residenti perlopiù in Francia, Germania, Belgio e Regno Unito, che pur essendo europei a tutti gli effetti, non si sentono tali.

Troppo spesso le metropoli dei suddetti Paesi sono state passive spettatrici della creazione di veri e propri ghetti, accentuando, così, una segregazione sia razziale che religiosa.

Il prodotto di simili politiche multiculturali, condito da una disoccupazione senza precedenti, è stato quello di creare un malessere profondo e una west-oxification[8], cioè un’intossicazione da un Occidente materialista e privo di valori, che non ha permesso loro di integrarsi pienamente.

Il jihad diventa, quindi, un mezzo di redenzione dell’individuo emarginato[9], il quale si sente partecipe di una causa nobile e importante, cancellando così ogni senso di inadeguatezza e crisi esistenziale.

Il Daesh ha attirato tra le sue fila, però, anche la generazione di immigrati perfettamente inserita nel tessuto sociale, cioè quella che potrebbe ambire ad entrare tranquillamente nell’élite[10].

Ragazzi usciti da prestigiose università, che hanno ottenuto dottorati di ricerca in atenei di rango, studenti brillanti e benestanti.

Si può sostenere che, fino a vent’anni fa, il disagio fosse la molla. Ora, invece, il disagio è rimasto, ma si è aggiunta la noia, e quindi la ricerca di emozioni forti.

Ebbene, la democrazia è un sistema di regole e procedure, non è un valore in sé.

È un recipiente vuoto che andrebbe riempito.

Purtroppo il pensiero liberal capitalista non è stato in grado di colmarlo, se non di contenuti superficiali e materiali.

Anche la Chiesa cattolica ha le sue colpe. Non è riuscita, infatti, a stare al passo con i tempi e ad intercettare le pressanti esigenze di spiritualità delle nuove generazioni.

Quella in Occidente è diventata, quindi, una vita noiosa, poco appagante, di solitudini.

E il dilagare di sport estremi, della depressione che colpisce fasce sempre più giovani della popolazione, l’uso sempre più massiccio di droghe e l’utilizzo smodato dei social network, ne sono una conferma.

Decenni di cosiddetto benessere ci hanno infiacchiti, indeboliti, rammolliti, svirilizzati.

L’ISIS, l’islamismo radicale e guerriero, offre con i suoi valori, sbagliati o giusti che siano, uno sfogo a queste esigenze di spiritualità oltre a quella di non sprecare una vita basata sul comprare l’ultimo modello di smartphone o il nuovo paio di scarpe, cioè sul nulla.

La forza del Daesh, quindi, non sta nella sua potenza, bensì nella nostra debolezza.

Di là, uomini con valori fortissimi, disposti ad andare a morire con la disinvoltura con cui si accende una lampadina; di qua, una società svuotata di ogni valore, a cominciare proprio dal coraggio, dove si combatte solo con caccia bombardieri, missili tele-guidati e aerei senza pilota.

Cosa possiamo imparare da questo fenomeno?

In ogni caso, c’è una lezione che dovremmo avere imparato dai pantani della Somalia, dell’Iraq, dell’Afghanistan e della Libia.

In geopolitica, come in fisica, i vuoti si riempiono, se non ad opera di poteri legittimi, da altri illegali o di fatto.

L’abbattimento del Califfato, quindi, richiede che si lavori sin da subito su progetti di ricostruzione e processi politici credibili, per rimpiazzare gli equilibri attuali.

Altrimenti non faremo altro che peggiorare la situazione, come d’altronde l’Occidente ha fatto nei Paesi prima elencati.

Note

[1] J. Hansen, “Brufoli e bombe”, nota diplomatica, 20/11/2015.

[2] Oliver Roy, “Le djihadisme est une revolte nihiliste”, Le Monde.

[3] Movimento che mira al ritorno dell’Islam nella sua purezza originaria in contrapposizione alla decadenza occidentale.

[4] Terry Atlas, “Foreign Fighters Flocking to Syria Stirs Terror Concerns“, in Bloomberg, 20 luglio 2013.

[5] J. Zanotti, “Turkey: Background and US Relations”, Congressional Research Service“, 5/10/2015.

[6] Statistiche a cura del Centro Studi per la Sicurezza Fouran Group, che fornisce consulenze a governi e organizzazioni multinazionali.

[7] Esperto di terrorismo presso l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale di Milano e professore nelle Università di Harvard, Zurigo e del Maryland.

[8] Renzo Guolo, “L’ultima utopia, gli jihadisti europei”.

[9] Louise Shelley, professoressa e direttrice del Terrorism, Transnational Crime and Corruption Center alla George Mason University, Virginia, USA.

[10] Francesco Borgonovo, “Tagliagole, Jihad corporation”.

Articolo pubblicato da

Dott. Fabrizio Salvi
Redattore

Fabrizio Salvi si è laureato in Giurisprudenza alla Federico II di Napoli.

E’ abilitato alla professione di Avvocato.

Si è specializzato in “Intelligence e Sicurezza Nazionale” presso la Cesare Alfieri di Firenze.

Ha completato un master presso la Luiss di Roma in “Gestione delle Risorse Umane.

Ha completato un master di II livello in “Relazioni Internazionali e Studi Strategici”.

E’ Autore del romanzo “Mykonos – L’ultimo viaggio della generazione perduta”, presentato presso la sede ADG il 31 luglio 2017.

[ADG] Immagini News
[ADG] Immagini News
[ADG] Immagini News

Gli ultimi aggiornamenti da ADG


[ADG] Gioielleria Caruso Partner
I nostri Partner: Gioielleria Caruso

Consulenti tecnici nel settore orafo – Periti estimatori del Tribunale e della Procura di Napoli. La Gioielleria Caruso Napoli collabora come Partner con ADG – Alta Docenza Giuridica al fine di fornire servizi di Consulenza Orafa e organizzare singoli eventi.

[ADG] News 6
Omicidio stradale: è un nuovo reato

L’omicidio stradale trova oggi disciplina nel disposto di cui all’art. 589 bis del c.p., quale autonoma fattispecie di reato introdotta con la nuova legge sull’omicidio stradale n. 41 del 23 marzo 2016. A norma del disposto richiamato, è punibile il conducente di veicoli a motore la cui condotta colposa risulti causa dell’evento mortale. Articolo a cura dell’Avv. Gioia Arnone.

Leave a reply